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 Attualità > Emilia-Romagna, dove la salute non � una merce





Intervento del presidente Errani pubblicato sull'Unit� del 4 settembre 2002

L'estate mediatica � stata dominata dalle notizie sulle aspre reazioni della popolazione ai programmi di "tagli" dei posti letti ospedalieri decisi in molte regioni.
L'Emilia-Romagna, assieme a poche altre (la Toscana e l'Umbria, ad esempio), ha affrontato (e risolto) questo problema alcuni anni fa, attuando una legge del 1996 che imponeva la riorganizzazione della rete ospedaliera entro il 31 dicembre 1999. I principi di quella legge sono quelli di un sistema sanitario moderno: abbandono della tradizionale centralit� dell'assistenza ospedaliera in favore dello sviluppo dei servizi territoriali; aumento della assistenza ospedaliera di lungodegenza e riabilitazione; differenziazione fra ospedali di riferimento e ospedali di base. Vorrei a questo punto procedere per punti. 

1. Tutte le Regioni che non hanno approfittato di quella opportunit� di modernizzazione del proprio sistema sanitario si trovano ora ad affrontare una situazione molto delicata in un quadro finanziariamente sottostimato, magari con la speranza di poter contenere i disavanzi. Ma un contesto di crisi finanziaria non � l'ambiente pi� propizio per affrontare un processo lungo, complesso e difficile. 
I sistemi sanitari moderni sono sistemi che investono in servizi territoriali: la "riconversione", dunque, nel breve periodo non produce risparmi perch� richiede contestualmente investimenti in strutture, tecnologie, nuovi servizi e risorse umane. Un esempio per tutti: nei nostri ospedali, gli interventi per cataratta si fanno oggi nel 70% dei casi in ambulatorio; nel 1995, era considerato normale che un paziente operato di cataratta fosse ricoverato per 5 ed anche 7 giorni, in media. Questo cambiamento ha richiesto interventi strutturali sugli ambienti, l'acquisizione di nuove tecnologie, l'apprendimento di nuove competenze e capacit� da parte degli operatori e lo sviluppo di nuove forme di collaborazione con i medici di famiglia. Nel breve periodo, quindi, la riconversione costa. E' illusorio pensare che, chiudendo qualche posto letto qua e l� sia possibile fare cassa, a meno che non si intenda ridurre la qualit� delle prestazioni e non si pensi a licenziamenti di massa del personale medico, infermieristico e amministrativo.

2. Se invece l'obiettivo � quello di elevare la qualit� dell'assistenza sanitaria, la riorganizzazione delle funzioni ospedaliere dovrebbe interessare sia gli ospedali pubblici che quelli privati. Nella nostra regione i posti letti ospedalieri del settore privato convenzionato sono stati conteggiati al pari di quelli pubblici. Con grande disponibilit�, gli operatori privati hanno preso atto della modificazione della domanda e, da buoni imprenditori, hanno operato le trasformazioni e le riconversioni che si rendevano necessarie.

3. Gli obiettivi del processo di trasformazione del sistema sanitario regionale non possono non essere largamente condivisi e adeguatamente discussi con la popolazione, con gli operatori sanitari e con i loro rappresentanti, pena il suo fallimento. In Emilia-Romagna la Regione ha definito i parametri ed i criteri per la riorganizzazione, ma ha affidato alle Aziende sanitarie la elaborazione ed ai Comuni la approvazione dei Piani attuativi locali. In questo modo si � avuto tempo e sono stati trovati luoghi e modi per la discussione con i cittadini e con gli operatori. L'attenzione allo sviluppo dei servizi territoriali (le case protette, le residenze sanitarie assistite, l'assistenza domiciliare) � stata pari, se non superiore, a quella dedicata agli ospedali. 
Se c'� un modello emiliano-romagnolo, come alcuni giornali hanno titolato, esso consiste essenzialmente in questo: abbiamo cercato di modernizzare il sistema sanitario regionale, sviluppando i servizi territoriali attraverso la concertazione con enti locali, organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Il risultato dopo 5 anni � stato molto positivo: abbiamo ridotto il nostro disavanzo; abbassato la spesa ospedaliera al 46% del totale (mentre la maggior parte delle altre regioni � ben oltre il 50%), ampliato i servizi alternativi alla degenza ordinaria (day-hospital e daysurgery); sviluppato i servizi territoriali, domiciliari e residenziali.
Se la nostra esperienza pu� essere di qualche utilit�, siamo lieti di mettere a disposizione delle altre Regioni i nostri risultati. Non � per fare i primi della classe. E' il bello dei sistemi federali: le Regioni diventano "laboratori di democrazia". Il brutto di un sistema federale � invece quando il governo centrale finisce per assumersi la funzione ed il ruolo di destabilizzazione, diffondendo ansie e preoccupazioni.

4. Con il patto dell' 8 agosto 2001, le Regioni hanno assunto una serie di impegni importanti nei confronti del governo e dei propri cittadini, primi fra tutti i livelli essenziali di assistenza, la riorganizzazione della rete ospedaliera per quelle Regioni che non l'avevano ancora affrontata, lo sviluppo di servizi territoriali. Il rincorrersi di voci sulla crisi finanziaria del Servizio sanitario nazionale, di ipotesi inaccettabili del suo improbabile "salvataggio" attraverso la privatizzazione dei servizi, la introduzione (altrettanto inaccettabile) di assicurazioni per i pi� ricchi e di mutue per i pi� malati alimenta fra gli operatori e fra la popolazione un clima di sfiducia che non aiuta certo le Regioni che sono duramente impegnate a mantenere gli impegni assunti.
Per uscire da questa situazione, � necessario che il Governo la smetta di mettere in crisi il Servizio Sanitario con i propri annunci e cominci finalmente a dargli certezza di risorse adeguate a finanziare i servizi e le prestazioni previsti dai livelli essenziali di assistenza in tutte le Regioni, non solo in quelle pi� ricche. I cittadini chiedono che il sistema sanitario sia qualificato, non smantellato. Il Governo ne prenda atto: la salute non � una merce.



















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